mercoledì 18 marzo 2009

Guatemala

La settimana di viaggio&vacanza (quantomeno mentale) é finita.
La vacanza fisica arriverá forse qualche giorno prima di metá aprile, quando spero di smettere di macinare km x arenarmi su una poco pacifica spiaggia Pacifica…
Nel frattempo, ho abbandonato la vacanza sul lato Atlantico (caraibico) dell’America Centrale, ed il viaggio tra i monti di Guatemala e Honduras.
Non prima di averlo strizzato a dovere, peró.

Seguendo i consigli di Beto, pittore maya e meticcio, né maya né meticcio, capace di citare Kafka, Confucio e testi sacri hindu, emigrato dopo la separazione dalla moglie dal distretto di Zacapa al porto di Livingstone, sono riuscito ad evitare la capitale del Guatemala e raggiungere El Salvador passando per le montagne dell’Honduras e per le rovine di Copán, le piú meridionali dell’antico impero maya.
Una barca mi ha portato lungo il rio Dulce al primo di una quindicina di micro-bus che avrei preso nelle successive 48 ore, attraversando una selva degna di quella amazzonica, sia per l’aspetto della natura, sia per quello dei suoi abitanti. Un interessante progetto di cooperazione internazionale opera lungo le sue sponde ed offre formazione ai figli dei maya che vi abitano.
Da questo punto in poi, non ho incontrato bianchi per tutto il resto della giornata di viaggio.
Dopo qualche ora ho attraversato il distretto di Zacapa, quello del mio amico filosofo Beto. Qui si produce il miglior rum del mondo, gli abitanti mungono vacche e partecipano a rodei, amano le pistole e la musica country, e soprattutto sono gli unici in tutto il Guatemala a non parlare, oltre allo spagnolo, una delle 23 lingue maya ancora correntemente in uso tra gli altri indigeni. Anche quest’ultimo aspetto – sosteneva Beto la sera prima che io ripartissi, bevendo rum sul terrazzino della mia stanza circondato dalla giungla – anche questo aspetto rende poco definibile la sua identitá, e lo mette in difficoltá quando lo interrogo.

A Copán, ho sapientemente evitato la compagnia di un tedesco molto chiacchierone (o che da troppo tempo viaggia da solo, forse), incontrato casualmente attraversando a piedi, poco dopo il tramonto, la frontiera montana tra Guatemala e Honduras.

Sempre nell’antica valle maya (un tempo abitata da 30-40.000 persone, oggi solo un paese di passaggio per chi visita le rovine) , dopo aver cenato in un bar gestito da un australiano e da un russo che amano bere, ho chiacchierato con una signora di Rio, poi, davanti all'ostello dove alloggiavano, con una coppia anglo-tedesca che mi ha riconosciuto dopo avermi visto salire sul loro bus al confine. Katie e Till si sono dati appuntamento in Centroamerica dopo mesi di distanza, e a fine serata, quando ormai mi dirigevo con una birra fresca verso la mia stanza, pensando a quale libro leggere prima di dormire, ho anche ritrovato il chiacchierone teutonico che avevo precedentemente depistato.

Verso le 13 del giorno seguente, sotto un sole cocente, il microbus mi lascia lungo la statale fuori da Chiquimula, cittadina guatemalteca dove sono dovuto tornare per evitare le lente strade dell’Honduras dirette verso El Salvador. In pochi minuti di cammino lungo la strada polverosa, alla ricerca di un bus verso la frontiera con lo zaino a tracolla, tre o quattro mezzi si fermano offrendomi un passaggio verso la capitale o verso la zona occidentale del paese: purtroppo la direzione opposta a quella dove sono diretto.
Dopo qualche centinaio di metri, lenti e sudati, finalmente salgo sul bus giusto, lanciando lo zaino sul tetto ed aggrappandomi in corsa alla portiera. É infatti usanza locale urlare la destinazione del bus ai passanti che si materializzano all’orizzonte affacciandosi dalla portiera aperta, senza fermarsi mai dalla partenza fino al capolinea. É inoltre usanza locale ammassare fino a 8 tra uomini, donne, vecchi, bambini e animali nello spazio di una fila pensata per 3 persone adulte (e un eventuale bambino su quel che si potrebbe definire l’idea di un piccolo seggiolino supplementare).
Tutti i passeggeri si stupiscono di vedere un bianco su un bus del genere, in quella zona del paese, felice di poter stare in piedi, con un terzo del corpo al di fuori della portiera, semi-abbracciato al bigliettaio e ad un suo aiutante (il cui compito principale é lanciare dalla finestra i rifiuti abbandonati sul mezzo). Nessuno, tuttavia, fa una piega quando lo stesso bianco, decisamente il piú ingombrante dei passeggeri, viene fatto sedere in fondo, su una delle sopracitate idee di seggiolino, tenendo praticamente in braccio una vecchia maya ed un bimbo piangente.

La frontiera di Anguiatú é una strada lunga un paio di centinaia di metri da percorrere a piedi, lungo la quale sono sparse bancarelle di ogni genere, gli uffici dell'immigrazione e camionisti in siesta, in attesa di ricevere l'autorizzazione ad attraversare il confine. Di qui passano infatti quasi tutte le merci dirette dal canale di Panama al resto dell'America centro-settentrionale, droghe comprese. Come un marziano su Venere, sfilo lungo una serie di sguardi stupefatti, curiosi ma accigliati, che in genere si trasformano in sorrisi al mio saluto in spagnolo. Nessuno cambia i miei euro e per le restanti 4 ore di viaggio dovró farmi bastare 5US$ (moneta corrente anche in El Salvador: é un primo indizio per la comprensione di questo paese…).
L’attesa obbligata per l’ultimo bus della giornata diretto a Tecuman mi permette di assaggiare la yuca fritta e di conoscere i primi salvadoregni. Ai miei complimenti per la bontá del cibo, il marito della cuoca risponde aggiungendo al sorriso una sottolineatura interessante quanto inaspettata: “El Salvador é anche un paese pacifico”. Nel corso dei giorni, mi renderó conto che l’esigenza di pace, e l’esigenza di comunicarla, in un paese uscito dalla guerra da soli 15 anni, é una prioritá assoluta.

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