Phnom Penh, 25 luglio 2009
La Cambogia è un paese che merita decisamente più attenzione di quella che riusciamo a darle nel poco tempo di questo viaggio. Tra meno di 2 settimane dobbiamo essere a Hanoi, ed il Vietnam sara' lungo e presumibilmente intenso.
Angkor Wat
Dalle parti di Siem Reap, circondata dalla giungla, si trovano i resti dell'antica città di Angkor, capitale di un impero degno di quello romano, il regno piu' potente della penisola indocinese tra il IX ed il XIV secolo.
Curioso scoprire a 27 anni l'esistenza di simili imperi . Purtroppo non siamo abituati a farci raccontare la Storia dell'Altro, ed è forse anche da questa ignoranza che deriva la paura. Se sapessimo da dove vengono, quanto sono affascinanti i mondi reali e culturali che hanno creato e vissuto, forse li rispetteremmo di più.
Questo e' anche uno dei motivi, consideravamo l'altra sera chiacchierando sotto la pioggia di monsone, per cui la Cina ha un grande vantaggio sull'Occidente: oltre a sapere come gestire aspetti economici, geopolitici, strategici e culturali tipicamente asiatici, e quindi le relazioni con i propri vicini, ormai ha appreso gran parte di ciò che poteva imparare da "noi" (tecnologia), ma soprattutto ha imparato a lavorare con noi, conosce le nostre forze e le nostre debolezze. I suoi figli studiano l'inglese a scuola, e ingenti comunità di espatriati garantiscono appoggi ed un fitto sistema di relazioni già integrate in quasi ogni territorio "straniero". Noi, al contrario, non ne conosciamo la lingua e tantomeno la cultura. Li temiamo, pensando che abbiano poco da insegnarci.
Storia
La grandezza della civiltà di Angkor è dipesa da una forza non militare, ma culturale. Come Roma, era attorniata di nemici: ad est si trovava Cham, nel territorio che ora corrisponde al Vietnam; ad ovest il regno di Ayuttaya, oggi una delle principali attrazioni turistiche thailandesi dopo le spiagge, le feste e la prostituzione; a sud il Siam; a nord l'immortale Cina.
Nonostante queste minacce, i ricercatori sostengono che la sua superiorità dipendesse da una saggia gestione della principale risorsa naturale, l'acqua, e che ciò che le permise di sopravvivere così a lungo fossero i suoi ingegneri. In un territorio caratterizzato da monsoni ricorrenti, fu sviluppato un sistema di l'approvvigionamento idrico talmente avanzato da permettere la raccolta delle acque durante la stagione delle piogge, evitando gli allagamenti dei centri abitati, ed il loro graduale rilascio durante la stagione secca, a seconda delle necessità agricole.
Oggi, per salvare i templi che per secoli sono stati inghiottiti dalla giungla e le cui fondamenta sono state erose dai monsoni, si è deciso che il modo migliore è restaurare proprio il sistema ideato oltre un millennio fa.
Angkor nacque all'epoca in cui l'impero romano crollò, quando in Europa c'era Carlo Magno e nelle Americhe la civiltà maya era viva e vegeta. Contava oltre un milione di abitanti, cifra nettamente sopra la media dell'epoca.
Se esistesse una scuola che racconta anche queste storie, anche questa Storia, certamente la sceglierei per mio figlio.
Phnom Penh
Phnom Penh è la capitale della Cambogia. Misto di povertà e benessere, di Asia e Occidente. Massiccia presenza di internazionali, prima sotto forma di colonialisti classici (la Francia, che per evitare che la Cambogia cadesse nelle mani della Thailandia o del Vietnam, decise generosamente di farne una propria colonia), ora sotto forma di "cooperanti", ambasciate ed organizzazioni internazionali). Tanti reduci di guerra, tanti turisti.
La maggior parte di questi si concentra nella zona del fiume, dove fioccano alberghi, ristoranti, bar per turisti (spesso affollati di ragazzine indigene in minigonna e uomini bianchi arrossati dal sole e dalla birra).
I viaggiatori più poveri finiscono in genere nella zona del lago, dove una fila di boathouses e baretti sono stati costruiti sulla riva. Ad ogni passo bisogna dire "no, thank you" a qualche tipo di offerta (taxi, moto, droga, ragazze), ma un paio di guesthouses hanno una bella terrazza sul fiume per lunghe partite a biliardo e visioni di albe asiatiche.
Naturalmente siamo finiti nella più economica di queste, 2 dollari a testa x una stanza doppia con ventilatore e "bagno", una sorta di stanzetta da 0,5 x 0,5m con un cesso piazzato su un buco di 15cm di diametro che manda tutto dritto giu' nel lago. Per tirare l'acqua, la si prende da un secchio con una bacinella di plastica più piccola, fino a quando il colore di quella nella tazza è tornato simile all'originale, quasi trasparente.
Ovviamente bisogna trascorrere il minimo tempo possibile sia nel loculo della stanza, sia nella zona turistica. Passeggiando per le strade di Phnom Penh, l'atmosfera è piacevole, e si può finire in barettini sulla strada a grigliare carne marinata e verdure miste su un secchio di pietra pieno di carbone ardente. Per un paio di dollari con una caraffa di birra.
Oppure ci si può imbattere in storie di terrore.
Storia
La Cambogia è uscita 25 anni fa da una tragedia del tutto paragonabile a quella nazista per gli ebrei. Pol Pot e i Khmer rossi hanno ucciso tra 1,5 e 3 milioni di persone in soli 4 anni (tra il 1975 e il '79), senza contare le vittime delle bombe americane, lanciate tra il '70 ed il '75 per punire il paese che dava rifugio ai vietcong e, soprattutto, forniva loro un corridoio per il passaggio delle armi. Una delle teorie che tentano di spiegare la follia assassina dei Khmer rossi sostiene proprio che gli anni passati nella giungla, sotto i bombardamenti americani, abbiano creato un odio intenso verso gli abitanti "di città", che non subirono le loro sofferenze. Alcune delle vittime di queste bombe, spesso condite di napalm e altre spezie simili, si aggirano ancora oggi per le vie di Phnom Penh, deformate nel corpo come i superstiti di Chernobyl, e nella mente come i superstiti delle peggiori guerre.
Nella scuola di Tuol Sleng, più nota come prigione S-21, sono esposte le foto di gran parte dei 20.000 prigionieri che qui sono morti. Ne sono scampati solo 7 scultori, che grazie alla loro manualità hanno avuto l'onore di dedicare la loro arte al ritratto del "Fratello numero 1", il dittatore Pol Pot. Tutti gli altri sono morti dopo orrende torture, solo per essere sospettati di legami col regime precedente, con la CIA, con la Russia o semplicemente di essere degli "intellettuali".
I criteri per la valutazione delle persone erano tra gli altri la dimensione della pancia (grasso = borghese) o il fatto di portare occhiali (sai leggere = sei un intellettuale). Ma naturalmente Khieu Samphan non ha mai avuto le mani da contadino: il teorico della rivoluzione khmer nel 1959era impegnato alla Sorbonne a scrivere la sua tesi di laurea sugli effetti del colonialismo francese sulla Cambogia. L'unica soluzione possibile per salvare il paese, secondo il futuro segretario di Stato del Kampuchea rivoluzionaria, sarebbe stata un "ritorno al passato": niente strumenti tecnologici, niente trattori, niente soldi. I cambogiani se la cavano a mani nude.
Anche la maggior parte di coloro che hanno scelto di partecipare alla "rivoluzione" di Pol Pot hanno finito per soccombere alle loro stesse torture, accusati di collaborazione col nemico o spionaggio. Quelli che non morirono nella scuola vennero condotti in uno dei 18.500 (diciottomilacinquecento) "killing fields", fosse comuni dove i bambini venivano legati per i piedi e sbattuti contro un albero per essere uccisi.
Errori di valutazione
Quando il Vietnam invase la Cambogia, costringendo i Khmer rossi a rifugiarsi sulle Montagne del Cardamomo, lasciarono sul campo una quantità di mine che nessun altro Paese ha finora pareggiato. Probabilmente per la gioia dell'industria italiana, che ne fu uno dei maggiori produttori.
Ma la maggiore responsabilita' internazionale resta sulle spalle di Cina, USA e Thailandia, che per motivi strategici e geopolitici continuarono a finanziare i Khmer rossi negli anni '80, nella speranza di un riarmo che permettesse loro di riprendere in mano il Paese a discapito dei Vietnamiti, appoggiati dall'Unione Sovietica. Persino le Nazioni Unite, nel 1982, non riconoscevano il governo instaurato dai Vietnamiti (comunisti), ma quello destituito che faceva capo a Pol Pot.
Anche molti intellettuali di sinistra sbagliarono gravemente sulla valutazione dei fatti cambogiani. Nella speranza di aver trovato finalmente un esempio positivo di rivoluzione maoista, nessuno crebbe ai racconti dei pochi esuli che riuscirono a superare la frontiera con la Thailandia, troppo cruenti per essere veri (come nessuno crebbe ai racconti degli ebrei polacchi che scappavano dai nazisti).
Processo
Il processo di "riconciliazione" nazionale, irrimediabilmente legato ad una presa di posizione da parte del governo che condanni i responsabili a pene quantomeno simboliche, è appena iniziato. Solo nel 2006 è stata creata la EEEC, un tribunale misto (formato sia da giudici locali, sia da stranieri) che sta mettendo insieme i pezzi di uno dei puzzle più cruenti che la storia abbia conosciuto.
I quadri accusati delle peggiori atrocità, durante il processo che è appena cominciato, hanno affermato con un certo coraggio di non essere stati al corrente dell'esistenza della prigione S-21. In pochi, finora, hanno ammesso qualche responsabilità: la maggior parte di questi sono ufficiali di basso rango che collaborarono – nella maggior parte dei casi – per paura di essere uccisi a loro volta.
Nel 2006, all'avvio del processo, una corte itinerante ha attraversato la Cambogia raccogliendo le testimonianze della gente. Migliaia di familiari delle vittime sono stati portati ai killing fields e alla S-21, dove alcuni ebbero quantomeno il sollievo di conoscere la sorte di figli e fratelli di cui continuavano ad attendere il ritorno. Li riconobbero tra le foto dei detenuti appese alle pareti, e poterono quantomeno piangerne la morte.
Risate e divieti
Trovo sorprendente il modo "leggero" in cui i cambogiani pare che gestiscano il trauma. Durante la visita alla prigione, si può assistere ad un video in cui, tra le altre cose, compare uno dei sopravvissuti che, insieme ad uno dei secondini, commenta i propri quadri che ritraggono le atrocità subite dai prigionieri. "Succedeva così?", gli domanda insistentemente. E questo risponde affermativamente con uno sguardo che non rivela vergogna né senso di colpa, ma un sorriso che pare quasi allegro. Sorriso che non apparentemente non turba per nulla il pittore, il quale anzi lo cinge con un braccio e sorride a sua volta.
All'ingresso delle sale di tortura, un cartello ammonisce i visitatori: il disegno di una faccia sorridente, coperto da una vistosa croce rossa comunica: "VIETATO RIDERE". Difficile immaginare che serva una richiesta esplicita, in un luogo del genere. Ma sull'Altro e dall'Altro c'è sempre da imparare.
giovedì 30 luglio 2009
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