
domenica 23 agosto 2009
lunedì 17 agosto 2009
giovedì 13 agosto 2009
Hanoi, Sapa, Dien Bien Phu
Hanoi, 06.08. 2009
Viaggiare fotografando e Viaggiare sono 2 esperienze profondamente diverse, seppur entrambe meravigliose.
La prima è frutto di un relazionamento che pare strumentale, e può far pensare all'Altro che la relazione che instauriamo con lui non sia frutto di un interesse sincero.
In altre occasioni, tuttavia, la fotografia ha un potere immenso. La sola vista dell'apparecchio permette a volte di scavalcare rapidamente il livello superficiale della relazione: tutti sono un po' narcisi, e specialmente le persone più semplici e più povere non sono abituate a vedersi in foto. Danno ancora al ritratto quel valore rituale che da noi è divenuto dozzinale. Per questo, fare un ritratto e mostrarlo subito è come fare un regalo. Un regalo x il quale si ricevono sorrisi di ringraziamento di un'autenticità rara.
Viaggiare senza macchina, invece, permette a volte di sentire con maggiore profondità certi momenti che altrimenti, nel tentativo di fermarli attraverso l'obiettivo, può capitare di vivere con distanza. È in queste situazioni, o quando non ho la macchina a disposizione, che mi capita di scattare quelle che chiamo fotografie mentali. Ricordi fatti di luce, scene con colori veri e vividi ke mi torneranno alla mente come se avessi scattato.
Fotografia mentale
Il cielo su Hoi An il pomeriggio di ieri, quando una spessa coltre di nuvole all'orizzonte annunciava l'arrivo della pioggia e permetteva di vederne fisicamente l'arrivo. Patas ed io siamo seduti in un baretto lungo il fiume ed ammiriamo la forza di questo cielo sorseggiando una birra.
Fotografia mentale
A Hoi An, il mio ritorno in albergo avviene passando dentro il mercato della frutta, fatto di cunicoli stretti e bui. Ogni giorno passo più volte di qui, abbassando la testa x infilarmi tra bancarelle e tendoni fatti su misura x i vietnamiti.
Fotografia mentale
Il tramonto sotto la pioggia di monsone al tempio di Angkor Wat. Una salita di 15 minuti sotto uno scroscio d'acqua intensissimo, un'ora di attesa seduti sulle pietre millenarie guardando il cielo schiarirsi sopra la foresta e sulle risaie all'orizzonte.
Fotografia mentale
Il pomeriggio di sonno nella palafitta-dormitorio di Siem Reap, steso su un materasso sulle assi di legno, solo la zanzariera ed il tetto di bambù a separarmi dal monsone.
Fotografia mentale
La strada tra le colline oltre Nha Thrang, di notte, vista da dietro il bus fermo al benzinaio. Durante le fermate, mi piace allontanarmi dalla stazione di servizio e guardare la strada che sto percorrendo. Sento il Viaggio, sento i km che sto percorrendo. E questa strada caracollava di notte, su e giù per le colline, come quelle che da adolescente immaginavo trasportassero Kerouac e la beat generation nell'America degli anni '60.
L'Asia non è adatta agli occidentali claustrofobici. Gli spazi sono fatti su misura per i suoi abitanti, generalmente minuti. Raramente raggiungono il metresettanta di altezza, e le costole sono sempre visibili sui loro corpi magri. Di conseguenza, ovunque io vada devo stare attento alla testa, ai gomiti ed alle ginocchia.
Nei mercati, i tendoni che riparano le bancarelle dal sole mi arrivano spesso all'altezza del petto, i fili per stendere i panni, sparsi negli spazi esterni di ostelli e guesthouses, hanno rischiato più volte di tagliarmi la gola. Il bagno dell'autobus, in compenso, è talmente piccolo da essere perfetto per me: la distanza minima che c'è tra le mie spalle e le pareti, e tra la mia schiena e la porta, mi permette d'incastrarmi perfettamente e di non dondolare troppo mentre espleto i miei bisogni in corsa.
Sapa, 08.08.2009
La provincia di Lao Cai è la regione del Vietnam con la maggiore varietà etnica. Il gruppo più presente è quello dei khmong, ma in realtà solo questa etnia ha 5 o 6 sottogruppi con vesti e abitudini diverse tra loro.
Tutti questi gruppi si trovano nell'estremo settentrione del Vietnam – un paese per il resto omogeneo dal punto di vista etnico – per esser scappati dalla Cina e dal Laos in seguito a purghe e persecuzioni. Erano infatti appoggiati dal governo statunitense e dalla CIA durante la guerra d'Indocina (Francia&USA vs. Vietnam&Cambogia&Laos) e durante la guerra americana in Vietnam.
Gli americani, che da queste parti conducevano guerre segrete e meno segrete, finanziavano i khmong perchè questi ostacolassero comunisti, vietcong e nordvietnamiti nei loro spostamenti lungo l'Ho Chi minh Trail, un sentiero di diverse migliaia di km che attraversa Vietnam, Laos e Cambogia, utilizzato per rifornire di armi le truppe al fronte e per attaccare direttamente americani e governo sudvietnamita. A partire dal '75, quando anche in Laos ha avuto successo il partito comunista (il Pathet Lao, che secondo molti non sarebbe mai giunto al governo senza questa guerra) , i khmong hanno avuto problemi anche in Vietnam proprio per l'appoggio che avrebbero dato agli USA. Oggi molti di loro si sono trasferiti in Canada e negli USA stessi, diventando persino protagonisti dell'ultimo film di Clint Eastwood (Gran Torino).
Dien Bien Phu, 11.08.2009
Abbiamo deciso di provare a raggiungere il Laos attraverso la frontiera di Tay Thrang, 34km oltre Dien Bien Phu, sulla quale le informazioni sono molto limitate. Nessuna guida dà garanzie sulla possibilità concreta di ottenere il visto d'ingresso a questo passaggio, ma viaggiatori incrociati sul cammino e altre fonti ci hanno comunque reso ottimisti. Ci sarebbe un autobus ogni 2 giorni in partenza dall'ultima città vietnamita.
Da Sapa a Dien Bien Phu (il luogo dove i francesi hanno subito la sconfitta più bruciante dalle truppe vietnamite) sono 400km, ma abbiamo impiegato un'intera giornata in autobus per raggiungerla. La strada a tornanti si snoda ad un passo dalla Cina tra vallate di un verde raro, tocca città dai nomi più improbabili, diventa sterrata in fondo alla valle, dove inizia a costeggiare il fiume, e per ¾ del viaggio rimane tale.
Il nostro autista ha guidato con sicurezza tra pozze di fango e buche profonde, e ci ha portati sani e salvi a Dien Bien Phu, dove speravamo di trovare un collegamento per il Laos il giorno successivo. Purtroppo, alla stazione dei bus, tutto quello che l'addetta allo sportello della biglietteria sapeva dire era “Tomorrow no bus. After tomorrow I don't know”. Ad ogni altra domanda rispondeva con un sorryso, cioè con un “sorry” ed un sorriso.
La comunicazione è sicuramente la difficoltà maggiore di questo viaggio.
Saigon
Saigon, 27 luglio 2009
Saigon, shit, come si chiamava il protagonista di Apocalypse Now?
Questione di carattere?
I Khmer sembrano tranquilli, dimessi, dal carattere apparentemente più debole rispetto a Thai e a Vietnamiti. A volte mi hanno suscitato un sentimento di pietà. E questo sentimento mi ha dato fastidio, mi sentivo come se mancassi loro di rispetto. Perchè?
Thai e Viet hanno un carattere più forte, ma - a prima vista - rimangono l'uno l'opposto dell'altro. I primi sono stati conquistati dall'Occidente attraverso i soldi e il turismo. Ad ogni angolo di Khao San Road vedi discoteche, prostitute, inglesi ubriachi, souvenir, secchielli pieni di cocktail.
Il turismo sta iniziando a conquistare anche la Cambogia, e rischia di avere successo, vista la povertà e la debolezza delle “difese” cambogiane. Ma dopo aver letto la storia della Cambogia mi rendo conto che non vi è nulla di nuovo: sono sempre stati in balìa degli stranieri. Prima dei Thai, poi dei vietnamiti, infine dei francesi. E ora arrivano i turisti.
I Viet, nonostante il turismo consistente, mantengono un carattere orgoglioso ed un'identità culturale apparentemente più forte. Hanno le idee chiare e nessuna intenzione di piegarsi di fronte allo straniero. Nonostante non manchino gli elementi tipicamente turistici visti in Thailandia, danno l'impressione di poter fare a meno di noi, e anche del turismo.
Su tutti gli autobus veniamo mandati in fondo, e i posti davanti sembrano riservati a loro in una sorta di apartheid asiatico. Si viaggia con il calore del motore nella schiena e ogni sobbalzo viene accentuato dalle ruote posteriori.
Dopo gli anni '80, in cui persino i cinesi abbandonavano la Chinatown di Saigon per la debolezza dell'economia vietnamita (e perchè perseguitati dai padroni di casa), è iniziato un periodo di sviluppo e crescita economica intensi. Hanno ripreso le forze, e guardano lo straniero negli occhi senza quella sorta di sentimento subalterno che alcuni khmer mi hanno comunicato in giro per la Cambogia. Sono duri e orgogliosi. Mi piacciono perchè la fermezza è l'unico modo di sopravvivere di fronte alla potenzialità pervasiva della cultura occidentale.
Guerra
I vietnamiti hanno vinto tutte le guerre, seppur con immense sofferenze, e credo che il loro carattere sia ciò che glielo ha permesso.
Non mi ero mai reso davvero conto di quanto quella americana fosse stata simile ad un genocidio. 3 milioni di morti, tra 1,5 e 4 milioni di persone deformate per le conseguenze dell'Agente Orange e dei gas tossici alla diossina che gli USA hanno riversato sul Paese (ed in gran parte anche sulla Cambogia, in una guerra segreta che da molti corrispondenti veniva chiamata Vietnam's sideshow). Milioni di ettari di terreni agricoli e risorse naturali sono state letteralmente bruciate dalle stesse sostanze che hanno fatto invecchiare nonni senza gambe e con schiene deformate dai tumori, e nascere bambini senza braccia o con frammenti di corpo completamente sciolti.
Statistica
85g di diossina possono radere al suolo una città di 8 milioni di abitanti, secondo una didascalia del Remnant's museum. Gli USA hanno lanciato sul Vietnam, tra il '61 e il '71, ben 100 milioni di litri di Agente Orange. Non so quanta diossina ci sia in 1 litro di Agente Orange, ma se anche fossero solo 0,001g per litro, si potrebbero distruggere 1.176 città da 8 milioni di abitanti ciascuna.
L'altro giorno ho letto sul giornale che la Croce Rossa vietnamita raccoglie ancora fondi per le vittime di questa sostanza.
Fotografia
Interessantissima la parte fotografica del museo. Una delle migliori esposizioni di fotografia di guerra mai viste, per qualità, valore simbolico e modalità comunicativa.
Non sono semplicemente esposte le foto di guerra del Vietnam, ma si racconta la nascita della foto, e spesso la morte del fotografo. La mostra è dedicata a tutti i reporter caduti in Vietnam, ed è presente una breve biografia di ciascuno, oltre a foto scattate loro da altri fotografi, per raccontare la vita del fotografo in guerra.
Certamente la visione non stimola ad inseguire questa carriera.
Le foto che mi hanno colpito di più: quelle che mostrano la soddisfazione e l'orgoglio dei soldati vicino alle vittime, un sentimento che non riesco a comprendere.
Uno che raccoglie i pochi penzolanti resti di un nemico e li mostra alla macchina fotografica con un sorriso.
Una scritta fatta a mano sul bidone che contiene l'agente Orange: “The people eater”.
Soldati in posa con le teste mozzate ai vietcong tra i piedi.
Larry Burrows (Murrows?) è un nome da ricordare: spesso mi colpivano delle foto che scoprivo in seguito essere sue.
Distanza
Un fotografo racconta il ritratto a una famiglia: “Il soldato americano stava per ucciderli. Io ho urlato 'Stop! Fatemi fare uno scatto'. Ho scattato, mi sono girato, ho sentito gli spari e non li ho più guardati”.
Come è possibile una tale distanza tra fotografo e vita reale? Come è possibile dimenticare che è una persona prima che un soggetto? Come deve comportarsi un fotografo in guerra? Come puoi pensare a scattare una foto mentre una famiglia sta x essere sterminata a sangue freddo?
Un altro fotografo si pone la domanda in modo più chiaro. “Che diritto ho di capitalizzare sulla morte altrui?” Si risponde dicendo che, se può servire a interrogare le coscienze, allora ha un senso. Risposta mediamente buona, ma non può essere utilizzata x giustificare la distanza umana di uno che vuole raccontare storie di persone. Non può valere per il caso estremo della famiglia di cui sopra.
Michael Herr, con il libro “Dispatches” che ho comprato a Saigon, sembra esser riuscito a raccontare la guerra con uno sguardo diverso. Scegliendo una parte senza decidere che era quella giusta. Scegliendo una parte per raccontarla da dentro. Raccontarla da vicino, senza elucubrazioni socio-politiche, solo con la descrizione della pazzia che ognuno di noi è in grado di raggiungere se solo viene costretto in una situazione di crisi.
L'orrore arriva con il terrore.
L'edizione italiana comprende un'interessantissima introduzione di Roberto Saviano.
Capa
Ho visto l'ultimo rullino scattato da Capa.
Mentre mi avvicino: emozione.
Primo pensiero durante la visione: l'occhio di Capa era incredibile. Ma ogni suo rullino raggiungeva questo livello di qualità? Pensavo che il valore di queste foto fosse storico, cioè legato alla morte del fotografo, non sospettavo che avessero anche un tale valore fotografico.
Il progetto cui stava lavorando voleva raccontare la vita e la morte che erano in atto nei campi di riso del Vietnam. Si vedono contadini al lavoro e soldati francesi e americani che passano di fianco in lunghi convogli. L'ultima, bellissima, foto a colori rappresenta un campo di grano cosparso di puntini neri: i soldati in avanzamento. Capa avanzava con loro, tra loro. Pochi minuti dopo, il comandante della brigata che Capa seguiva comunicherà con estrema freddezza ad un collega del fotografo, che in quei giorni lo accompagnava: “Le photographe est mort”. Saltato su una mina.
→ Da una chiacchierata sulla Thailandia: pensare ad articolo sull'economia (quasi a sé stante) dell'isola di Koh Phangan. È un'economia autonoma rispetto a quella dello Stato? Gestita da 3 famiglie mafiose che si suddividono geograficamente le zone d'influenza. Il governo reale rinuncerebbe volentieri al tipo di turismo ke è attratto da quest'isola (e dal nome della sua festa + famosa, il “Full moon party”), anche perchè è un turismo che diffonde alcool, droghe di ogni genere e prostituzione. Ma x ora si accontenta di attrarre il turismo + ricco nelle altre isole, + esclusive, coi loro resort e hotel 5 stelle, e permette al Full Moon di andare avanti ed alle famiglie mafiose ke ne gestiscono il turismo (col relativo carico di droga almeno bisettimanale) di proliferare.
N.B. Immagina visivamente l'intensità del commercio di droga in qualche porto semi-nascosto (?) di un'isola dove ogni mese ci sono almeno 2 feste che richiamano migliaia di turisti ciascuna. quasi tutti in cerca di droga.
Quanti soldi circolano? Quanti soldi devono uscire dal circolo mafioso solo x chiudere tutti gli occhi necessari? Pare che la sola polizia guadagni 3VOLTE sul traffico di droga: (1) all'arrivo della merce sull'isola, (2) x la vendita x strada attraverso una commissione, (3) con i turisti arrestati che pagano una stecca per la liberazione.
28.07.2009
A colazione, in meno di 1 ora, almeno 15 persone passano a offrirci merce di vario genere.
Lustrascarpe e colla x sandali sono i più frequenti, viste le condizioni di quelli di Juva, ke continua a rifiutare convinto ogni tentativo d'intervento esterno sulle sue calzature, per quanto ben intenzionato e soprattutto totalmente giustificato.
Poi ci sono quelli che vendono dvd di film internazionali, sul Vietnam o sulla Cambogia, e anche collezioni di registi (tipo tutti i film di Scorsese, o Woody Allen, o Wim Wenders, su 1 dvd a 6US$). Tantissimi bambini si aggirano con la schiena piegata indietro come un arco teso, per sopportare il peso del cesto che portano in grembo, contenente libri per turisti, in inglese o francese.
Nonostante ciò Saigon mantiene un carattere autentico, anche nella zona di Pham Ngu Lao, l'area delle budget accomodation affollata di backpacker. Certo sono nati dei locali che non hanno nulla di originale, ma tra questi (diversamente da Khao San Road e il riverside di Phnon Penh?) si trovano ancora i normali baretti locali frequentati dai vietnamiti.
Uno di questi locali è quello della viejita (come l'abbiamo soprannominata con Patas, il nostro amico uruguayo), una signora vecchissima che non guarda negli occhi nessuno a meno che non abbia un motivo preciso per farlo, come chiedermi di aiutarla a staccare la copertura per la pioggia prima di chiudere i battenti.
A qualsiasi dell'ora del giorno e della notte, ci capita di sederci da lei e ordinare taniche di plastica da più di 1 litro, finora viste usare per la benzina, colme di una birra che, servita fresca e soprattutto a 11.000 dong vietnamiti a bottiglia (meno di 0,50€), si rende più che apprezzabile. Soprattutto perchè nel resto dell'Indocina è abbastanza difficile trovare birra alla temperatura giusta.
Dalla viejita è possibile incontrare anziani vietnamiti, turisti australiani, espatriati americani che a Saigon dirigono aziende, studenti di linguistica che ti raccontano le leggende della Creazione cinesi.
Tutti i genitori, e i nonni, e i bisnonni, raccontano ai propri discendenti la storia del drago e della fata dalla cui unione nacquero 100 uova, cui corrispondono 100 etnie. Di queste, oggi, 99 stanno in Cina, e l'unico ceppo che resiste oltrefrontiera è quello vietnamita, che nel corso dei secoli ha sempre combattutto contro i cinesi riuscendo a mantenere la propria indipendenza.
Contemporaneamente, mi rendo conto che qui succedono cose che in altre parti di mondo non avevo visto, almeno non con questa intensità.
“Sir, do you wanna get stoned?”. “Do you like the girl?”.
Certe frasi non mi erano mai state rivolte, e certo nel tentativo di comprensione di questa parte di mondo non posso ignorare questi aspetti: in genere li riteniamo legati alle brutte abitudini occidentali, ma x qualche motivo qui si realizzano in modo più sfacciato che altrove.
Sarà perbenismo o etica ciò che induce l'Occidente a praticare i suoi vizi altrove in modo molto più evidente che a casa, lontano dagli occhi di parte della propria società?
E da cosa è causata la disponibilità della Thailandia e dei suoi vicini, seppur in modo minore, a vendere agli stranieri le proprie donne – e purtroppo anche molti bambini – oltre alle bellezze naturali e ad immense quantità di alcool e droga?
Nel mondo trovo sempre più un cinismo che non mi appartiene. Forse perchè sono privilegiato? Perchè non ho mai sofferto la fame? Perchè non ho mai visto la guerra? Perchè le mie campagne non sono minate?
sabato 1 agosto 2009
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