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sabato 28 marzo 2009
sabato 21 marzo 2009
mercoledì 18 marzo 2009
El Salvador
Giungo a San Salvador senza essere riuscito a mettermi in contatto con Fundhamer, la fondazione che mi ospiterá. Decido dunque di scendere dal bus prima di raggiungere il capolinea, a colonia Guadalupe, il quartiere dove sorgono sia Fundhamer sia la UCA – Universitá del Centro America, una delle migliori del continente.
Abbandono i miei bagagli nel primo hotel (4 stelle) non fingendo nemmeno di considerare l’ipotesi di fermarmici. Grazie alla gentilezza del portiere alla reception, sfrutto gratuitamente (ormai i 5 dollari che mi porto dietro dal confine sono esauriti…) la connessione internet e m’incammino alla ricerca di un bancomat e dell’ONG. Purtroppo i salvadoregni non conoscono i nomi delle proprie strade, rendendo impossibile la seconda impresa.
Ma non sono troppo dispiaciuto: finisco per conoscere e condividere una pizza con Jorge Fuentes, uno studente di giurisprudenza che considera l’ipotesi di emigrare a Gallarate. Nel tentativo di dissuaderlo dalla malsana idea, facciamo amicizia e grazie al suo aiuto ed alla sua auto recupero i miei bagagli ancora in attesa al 4 stelle, lascio una mancia alla reception - superiore al costo della connessione scroccata ma che almeno finisce direttamente nelle tasche del portiere - e raggiungo l’hospedaje che ho selezionato dalla Footprint.
Suggelliamo l’incontro – e la fine della lunga giornata di viaggio - con un paio di birre sul tetto, condivise anche con il corrispondente dal Centroamerica per il Financial Times, residente a Cittá del Messico, e con un gruppo di miei futuri “colleghi” canadesi: anche loro sono qui in qualitá di osservatori internazionali.
Subito ho la sensazione di essere arrivato in un luogo dove sta per accadere qualcosa di importante. Dopo vent’anni di governo ARENA (Alianza Republicana Nacionalista) e quasi 500 di governi e dittature militari di destra, il Frente Farabundo Martí de Liberacion Nacional (FMLN) presenta un candidato con buone possibilitá di vittoria. Mauricio Funes é infatti un candidato indipendente, slegato dalla guerriglia nella quale sono stati invece coinvolti i restanti dirigenti del partito. Nonostante nessuna persona intellettualmente onesta potesse distanziarsi completamente dal FMLN in tempo di guerra (finita solo 15 anni fa), questo punto ha finora costituito un’arma, nelle mani della destra, per screditare gli avversari come “violenti” e “comunisti”. E allora il generale apprezzamento da parte dei salvadoregni per uno dei suoi piú equilibrati giornalisti permette di guardare a queste elezioni con un minimo di speranza.
Dall’altra parte, il monopolio dei mezzi d’informazione, la macchina messa in atto dal partito di governo per la campagna elettorale, e soprattutto la grande esperienza in fatto di strategie fraudolente, lasciano al Frente poco piú che uno spiraglio.
Nei giorni che precedono le elezioni sentiamo sulla nostra pelle – insieme alla delegazione di osservatori italiani chiamati da Fundhamer – tutta l’attesa del popolo salvadoregno per queste elezioni. Ogni pensiero é focalizzato sul 15 marzo: nelle comunitá locali e nelle chiese si prega per i propri martiri. Si prega per Oscar Romero, l’arcivescovo di San Salvador assassinato durante la celebrazione della messa, si prega per padre Octavio Ortiz, schiacciato dal carro armato che ha travolto senza pietá la casa di legno dove si trovava con i suoi fedeli, si prega per tanti sacerdoti ignorati dal Vaticano perché legati alla Teologia della Liberazione, ma anche per i tanti desaparecidos, per tutti i laici e i ribelli vittime della dittatura militare.
Il giorno delle elezioni inizia alle 3,30 del mattino, e davanti all’Istituto Cristobal Colón gli animi sono caldi tra le due file giá folte di militanti di partito. Durante la giornata non si realizzerá mai la temuta violenza preannunciata dai media, ma i cori non smettono di rimbombare nelle nostre orecchie mentre vaghiamo tra i seggi con sguardo vigile e tentativi di neutralitá.
Le irregolaritá abbondano, a causa di una legge elettorale poco chiara e pratiche consuete giá in occasione delle elezioni precedenti. Per esempio, i votanti vengono trasportati con mezzi di partito al seggio di riferimento, dove abbondano i simboli elettorali di entrambi i partiti; gli anziani e i disabili vengono accompagnati al voto da militanti bardati come la mascotte dei mondiali di calcio, e le stesse giunte che gestiscono i seggi sono composte da militanti di partito. Inoltre, i rappresentanti degli organi di controllo, esclusi gli osservatori internazionali, sono parte di istituzioni politicizzate. Non esiste infatti in El Salvador un solo organo i cui rappresentanti garantiscano la completa indipendenza dai partiti politici.
Nel corso della giornata, ogni strategia di frode che ci era stata descritta troverá esempi concreti, e ogni volta le denunce sono a carico di ARENA.
Per citare i casi piú eclatanti, in El Salvador votano i morti: piú di una persona, scorrendo il registro elettorale alla ricerca del proprio seggio, ha denunciato di aver trovato tra i nomi quello di un parente mancato diversi anni fa. Inoltre, si vota due, tre, fino a cinque volte, in seggi diversi, per il partito indicato dal proprio datore di lavoro. La minaccia, altrimenti, é di chiudere la fabbrica (che appartiene a dirigenti areneri) e licenziare i dipendenti. A riprova di ció, fuori dallo stadio sono stati trovati 100 pullman provenienti da Honduras e Nicaragua, i cui passeggeri stranieri avrebbero ricevuto dal governo, insieme ad una mazzetta di dollari, un documento d’identitá falso (o appartenente, appunto, ad un morto).
Non é facile, tuttavia, riconoscere con certezza alcune situazioni, e non lo é nemmeno la ricerca di prove. Fotografare uno spaventato bracciante, o il lavoratore di una maquila, cui il capo ha intimato di votare in un certo modo, e che ora si trova circondato dagli sguardi accusatori di militanti del partito avversario, rischia di portare alla forca il criminale sbagliato.
L’unico momento di silenzio, ai seggi, é il conteggio dei voti. Dalla strada, tuttavia, continuano a giungere i cori dei sostenitori. All’interno della scuola si crea un clima elettrico. Abbondano le sigarette e gli occhi lucidi. La tensione é palpabile, e nonostante il pessimismo la speranza si diffonde negli spiragli lasciati dall’emozione.
Man mano che il conteggio finisce, il partito vincente a ciascun tavolo intona un coro di vittoria, a cui rispondono tutti i compañeros dal resto della palestra. Gli slogan continuano ad alternarsi, confermando il sostanziale equilibrio. Solo due ore dopo lo scrutinio, tuttavia, é chiaro che all’Istituto Cristobal Colón il Frente Farabundo Martí de Liberación Nacional ha vinto di circa 200 voti. Quando dai notiziari arrivano conferme del vantaggio nel resto del Paese, la palestra e le strade esplodono in un unico urlo di gioia. Gli osservatori, che per tutto il giorno erano riusciti a mantenere una certa distanza dai frentisti che continuavano a richiamare la loro attenzione, vengono ora abbracciati e ringraziati dai militanti in festa per il contributo alla vittoria.
Fuori dal seggio, le bombe comuniste esplodono nel cielo in spaventosi fuochi d’artificio, e il nostro pick-up viene assaltato da rossi cosacchi in cerca di abbracci.
Abbandono i miei bagagli nel primo hotel (4 stelle) non fingendo nemmeno di considerare l’ipotesi di fermarmici. Grazie alla gentilezza del portiere alla reception, sfrutto gratuitamente (ormai i 5 dollari che mi porto dietro dal confine sono esauriti…) la connessione internet e m’incammino alla ricerca di un bancomat e dell’ONG. Purtroppo i salvadoregni non conoscono i nomi delle proprie strade, rendendo impossibile la seconda impresa.
Ma non sono troppo dispiaciuto: finisco per conoscere e condividere una pizza con Jorge Fuentes, uno studente di giurisprudenza che considera l’ipotesi di emigrare a Gallarate. Nel tentativo di dissuaderlo dalla malsana idea, facciamo amicizia e grazie al suo aiuto ed alla sua auto recupero i miei bagagli ancora in attesa al 4 stelle, lascio una mancia alla reception - superiore al costo della connessione scroccata ma che almeno finisce direttamente nelle tasche del portiere - e raggiungo l’hospedaje che ho selezionato dalla Footprint.
Suggelliamo l’incontro – e la fine della lunga giornata di viaggio - con un paio di birre sul tetto, condivise anche con il corrispondente dal Centroamerica per il Financial Times, residente a Cittá del Messico, e con un gruppo di miei futuri “colleghi” canadesi: anche loro sono qui in qualitá di osservatori internazionali.
Subito ho la sensazione di essere arrivato in un luogo dove sta per accadere qualcosa di importante. Dopo vent’anni di governo ARENA (Alianza Republicana Nacionalista) e quasi 500 di governi e dittature militari di destra, il Frente Farabundo Martí de Liberacion Nacional (FMLN) presenta un candidato con buone possibilitá di vittoria. Mauricio Funes é infatti un candidato indipendente, slegato dalla guerriglia nella quale sono stati invece coinvolti i restanti dirigenti del partito. Nonostante nessuna persona intellettualmente onesta potesse distanziarsi completamente dal FMLN in tempo di guerra (finita solo 15 anni fa), questo punto ha finora costituito un’arma, nelle mani della destra, per screditare gli avversari come “violenti” e “comunisti”. E allora il generale apprezzamento da parte dei salvadoregni per uno dei suoi piú equilibrati giornalisti permette di guardare a queste elezioni con un minimo di speranza.
Dall’altra parte, il monopolio dei mezzi d’informazione, la macchina messa in atto dal partito di governo per la campagna elettorale, e soprattutto la grande esperienza in fatto di strategie fraudolente, lasciano al Frente poco piú che uno spiraglio.
Nei giorni che precedono le elezioni sentiamo sulla nostra pelle – insieme alla delegazione di osservatori italiani chiamati da Fundhamer – tutta l’attesa del popolo salvadoregno per queste elezioni. Ogni pensiero é focalizzato sul 15 marzo: nelle comunitá locali e nelle chiese si prega per i propri martiri. Si prega per Oscar Romero, l’arcivescovo di San Salvador assassinato durante la celebrazione della messa, si prega per padre Octavio Ortiz, schiacciato dal carro armato che ha travolto senza pietá la casa di legno dove si trovava con i suoi fedeli, si prega per tanti sacerdoti ignorati dal Vaticano perché legati alla Teologia della Liberazione, ma anche per i tanti desaparecidos, per tutti i laici e i ribelli vittime della dittatura militare.
Il giorno delle elezioni inizia alle 3,30 del mattino, e davanti all’Istituto Cristobal Colón gli animi sono caldi tra le due file giá folte di militanti di partito. Durante la giornata non si realizzerá mai la temuta violenza preannunciata dai media, ma i cori non smettono di rimbombare nelle nostre orecchie mentre vaghiamo tra i seggi con sguardo vigile e tentativi di neutralitá.
Le irregolaritá abbondano, a causa di una legge elettorale poco chiara e pratiche consuete giá in occasione delle elezioni precedenti. Per esempio, i votanti vengono trasportati con mezzi di partito al seggio di riferimento, dove abbondano i simboli elettorali di entrambi i partiti; gli anziani e i disabili vengono accompagnati al voto da militanti bardati come la mascotte dei mondiali di calcio, e le stesse giunte che gestiscono i seggi sono composte da militanti di partito. Inoltre, i rappresentanti degli organi di controllo, esclusi gli osservatori internazionali, sono parte di istituzioni politicizzate. Non esiste infatti in El Salvador un solo organo i cui rappresentanti garantiscano la completa indipendenza dai partiti politici.
Nel corso della giornata, ogni strategia di frode che ci era stata descritta troverá esempi concreti, e ogni volta le denunce sono a carico di ARENA.
Per citare i casi piú eclatanti, in El Salvador votano i morti: piú di una persona, scorrendo il registro elettorale alla ricerca del proprio seggio, ha denunciato di aver trovato tra i nomi quello di un parente mancato diversi anni fa. Inoltre, si vota due, tre, fino a cinque volte, in seggi diversi, per il partito indicato dal proprio datore di lavoro. La minaccia, altrimenti, é di chiudere la fabbrica (che appartiene a dirigenti areneri) e licenziare i dipendenti. A riprova di ció, fuori dallo stadio sono stati trovati 100 pullman provenienti da Honduras e Nicaragua, i cui passeggeri stranieri avrebbero ricevuto dal governo, insieme ad una mazzetta di dollari, un documento d’identitá falso (o appartenente, appunto, ad un morto).
Non é facile, tuttavia, riconoscere con certezza alcune situazioni, e non lo é nemmeno la ricerca di prove. Fotografare uno spaventato bracciante, o il lavoratore di una maquila, cui il capo ha intimato di votare in un certo modo, e che ora si trova circondato dagli sguardi accusatori di militanti del partito avversario, rischia di portare alla forca il criminale sbagliato.
L’unico momento di silenzio, ai seggi, é il conteggio dei voti. Dalla strada, tuttavia, continuano a giungere i cori dei sostenitori. All’interno della scuola si crea un clima elettrico. Abbondano le sigarette e gli occhi lucidi. La tensione é palpabile, e nonostante il pessimismo la speranza si diffonde negli spiragli lasciati dall’emozione.
Man mano che il conteggio finisce, il partito vincente a ciascun tavolo intona un coro di vittoria, a cui rispondono tutti i compañeros dal resto della palestra. Gli slogan continuano ad alternarsi, confermando il sostanziale equilibrio. Solo due ore dopo lo scrutinio, tuttavia, é chiaro che all’Istituto Cristobal Colón il Frente Farabundo Martí de Liberación Nacional ha vinto di circa 200 voti. Quando dai notiziari arrivano conferme del vantaggio nel resto del Paese, la palestra e le strade esplodono in un unico urlo di gioia. Gli osservatori, che per tutto il giorno erano riusciti a mantenere una certa distanza dai frentisti che continuavano a richiamare la loro attenzione, vengono ora abbracciati e ringraziati dai militanti in festa per il contributo alla vittoria.
Fuori dal seggio, le bombe comuniste esplodono nel cielo in spaventosi fuochi d’artificio, e il nostro pick-up viene assaltato da rossi cosacchi in cerca di abbracci.
Guatemala
La settimana di viaggio&vacanza (quantomeno mentale) é finita.
La vacanza fisica arriverá forse qualche giorno prima di metá aprile, quando spero di smettere di macinare km x arenarmi su una poco pacifica spiaggia Pacifica…
Nel frattempo, ho abbandonato la vacanza sul lato Atlantico (caraibico) dell’America Centrale, ed il viaggio tra i monti di Guatemala e Honduras.
Non prima di averlo strizzato a dovere, peró.
Seguendo i consigli di Beto, pittore maya e meticcio, né maya né meticcio, capace di citare Kafka, Confucio e testi sacri hindu, emigrato dopo la separazione dalla moglie dal distretto di Zacapa al porto di Livingstone, sono riuscito ad evitare la capitale del Guatemala e raggiungere El Salvador passando per le montagne dell’Honduras e per le rovine di Copán, le piú meridionali dell’antico impero maya.
Una barca mi ha portato lungo il rio Dulce al primo di una quindicina di micro-bus che avrei preso nelle successive 48 ore, attraversando una selva degna di quella amazzonica, sia per l’aspetto della natura, sia per quello dei suoi abitanti. Un interessante progetto di cooperazione internazionale opera lungo le sue sponde ed offre formazione ai figli dei maya che vi abitano.
Da questo punto in poi, non ho incontrato bianchi per tutto il resto della giornata di viaggio.
Dopo qualche ora ho attraversato il distretto di Zacapa, quello del mio amico filosofo Beto. Qui si produce il miglior rum del mondo, gli abitanti mungono vacche e partecipano a rodei, amano le pistole e la musica country, e soprattutto sono gli unici in tutto il Guatemala a non parlare, oltre allo spagnolo, una delle 23 lingue maya ancora correntemente in uso tra gli altri indigeni. Anche quest’ultimo aspetto – sosteneva Beto la sera prima che io ripartissi, bevendo rum sul terrazzino della mia stanza circondato dalla giungla – anche questo aspetto rende poco definibile la sua identitá, e lo mette in difficoltá quando lo interrogo.
A Copán, ho sapientemente evitato la compagnia di un tedesco molto chiacchierone (o che da troppo tempo viaggia da solo, forse), incontrato casualmente attraversando a piedi, poco dopo il tramonto, la frontiera montana tra Guatemala e Honduras.
Sempre nell’antica valle maya (un tempo abitata da 30-40.000 persone, oggi solo un paese di passaggio per chi visita le rovine) , dopo aver cenato in un bar gestito da un australiano e da un russo che amano bere, ho chiacchierato con una signora di Rio, poi, davanti all'ostello dove alloggiavano, con una coppia anglo-tedesca che mi ha riconosciuto dopo avermi visto salire sul loro bus al confine. Katie e Till si sono dati appuntamento in Centroamerica dopo mesi di distanza, e a fine serata, quando ormai mi dirigevo con una birra fresca verso la mia stanza, pensando a quale libro leggere prima di dormire, ho anche ritrovato il chiacchierone teutonico che avevo precedentemente depistato.
Verso le 13 del giorno seguente, sotto un sole cocente, il microbus mi lascia lungo la statale fuori da Chiquimula, cittadina guatemalteca dove sono dovuto tornare per evitare le lente strade dell’Honduras dirette verso El Salvador. In pochi minuti di cammino lungo la strada polverosa, alla ricerca di un bus verso la frontiera con lo zaino a tracolla, tre o quattro mezzi si fermano offrendomi un passaggio verso la capitale o verso la zona occidentale del paese: purtroppo la direzione opposta a quella dove sono diretto.
Dopo qualche centinaio di metri, lenti e sudati, finalmente salgo sul bus giusto, lanciando lo zaino sul tetto ed aggrappandomi in corsa alla portiera. É infatti usanza locale urlare la destinazione del bus ai passanti che si materializzano all’orizzonte affacciandosi dalla portiera aperta, senza fermarsi mai dalla partenza fino al capolinea. É inoltre usanza locale ammassare fino a 8 tra uomini, donne, vecchi, bambini e animali nello spazio di una fila pensata per 3 persone adulte (e un eventuale bambino su quel che si potrebbe definire l’idea di un piccolo seggiolino supplementare).
Tutti i passeggeri si stupiscono di vedere un bianco su un bus del genere, in quella zona del paese, felice di poter stare in piedi, con un terzo del corpo al di fuori della portiera, semi-abbracciato al bigliettaio e ad un suo aiutante (il cui compito principale é lanciare dalla finestra i rifiuti abbandonati sul mezzo). Nessuno, tuttavia, fa una piega quando lo stesso bianco, decisamente il piú ingombrante dei passeggeri, viene fatto sedere in fondo, su una delle sopracitate idee di seggiolino, tenendo praticamente in braccio una vecchia maya ed un bimbo piangente.
La frontiera di Anguiatú é una strada lunga un paio di centinaia di metri da percorrere a piedi, lungo la quale sono sparse bancarelle di ogni genere, gli uffici dell'immigrazione e camionisti in siesta, in attesa di ricevere l'autorizzazione ad attraversare il confine. Di qui passano infatti quasi tutte le merci dirette dal canale di Panama al resto dell'America centro-settentrionale, droghe comprese. Come un marziano su Venere, sfilo lungo una serie di sguardi stupefatti, curiosi ma accigliati, che in genere si trasformano in sorrisi al mio saluto in spagnolo. Nessuno cambia i miei euro e per le restanti 4 ore di viaggio dovró farmi bastare 5US$ (moneta corrente anche in El Salvador: é un primo indizio per la comprensione di questo paese…).
L’attesa obbligata per l’ultimo bus della giornata diretto a Tecuman mi permette di assaggiare la yuca fritta e di conoscere i primi salvadoregni. Ai miei complimenti per la bontá del cibo, il marito della cuoca risponde aggiungendo al sorriso una sottolineatura interessante quanto inaspettata: “El Salvador é anche un paese pacifico”. Nel corso dei giorni, mi renderó conto che l’esigenza di pace, e l’esigenza di comunicarla, in un paese uscito dalla guerra da soli 15 anni, é una prioritá assoluta.
La vacanza fisica arriverá forse qualche giorno prima di metá aprile, quando spero di smettere di macinare km x arenarmi su una poco pacifica spiaggia Pacifica…
Nel frattempo, ho abbandonato la vacanza sul lato Atlantico (caraibico) dell’America Centrale, ed il viaggio tra i monti di Guatemala e Honduras.
Non prima di averlo strizzato a dovere, peró.
Seguendo i consigli di Beto, pittore maya e meticcio, né maya né meticcio, capace di citare Kafka, Confucio e testi sacri hindu, emigrato dopo la separazione dalla moglie dal distretto di Zacapa al porto di Livingstone, sono riuscito ad evitare la capitale del Guatemala e raggiungere El Salvador passando per le montagne dell’Honduras e per le rovine di Copán, le piú meridionali dell’antico impero maya.
Una barca mi ha portato lungo il rio Dulce al primo di una quindicina di micro-bus che avrei preso nelle successive 48 ore, attraversando una selva degna di quella amazzonica, sia per l’aspetto della natura, sia per quello dei suoi abitanti. Un interessante progetto di cooperazione internazionale opera lungo le sue sponde ed offre formazione ai figli dei maya che vi abitano.
Da questo punto in poi, non ho incontrato bianchi per tutto il resto della giornata di viaggio.
Dopo qualche ora ho attraversato il distretto di Zacapa, quello del mio amico filosofo Beto. Qui si produce il miglior rum del mondo, gli abitanti mungono vacche e partecipano a rodei, amano le pistole e la musica country, e soprattutto sono gli unici in tutto il Guatemala a non parlare, oltre allo spagnolo, una delle 23 lingue maya ancora correntemente in uso tra gli altri indigeni. Anche quest’ultimo aspetto – sosteneva Beto la sera prima che io ripartissi, bevendo rum sul terrazzino della mia stanza circondato dalla giungla – anche questo aspetto rende poco definibile la sua identitá, e lo mette in difficoltá quando lo interrogo.
A Copán, ho sapientemente evitato la compagnia di un tedesco molto chiacchierone (o che da troppo tempo viaggia da solo, forse), incontrato casualmente attraversando a piedi, poco dopo il tramonto, la frontiera montana tra Guatemala e Honduras.
Sempre nell’antica valle maya (un tempo abitata da 30-40.000 persone, oggi solo un paese di passaggio per chi visita le rovine) , dopo aver cenato in un bar gestito da un australiano e da un russo che amano bere, ho chiacchierato con una signora di Rio, poi, davanti all'ostello dove alloggiavano, con una coppia anglo-tedesca che mi ha riconosciuto dopo avermi visto salire sul loro bus al confine. Katie e Till si sono dati appuntamento in Centroamerica dopo mesi di distanza, e a fine serata, quando ormai mi dirigevo con una birra fresca verso la mia stanza, pensando a quale libro leggere prima di dormire, ho anche ritrovato il chiacchierone teutonico che avevo precedentemente depistato.
Verso le 13 del giorno seguente, sotto un sole cocente, il microbus mi lascia lungo la statale fuori da Chiquimula, cittadina guatemalteca dove sono dovuto tornare per evitare le lente strade dell’Honduras dirette verso El Salvador. In pochi minuti di cammino lungo la strada polverosa, alla ricerca di un bus verso la frontiera con lo zaino a tracolla, tre o quattro mezzi si fermano offrendomi un passaggio verso la capitale o verso la zona occidentale del paese: purtroppo la direzione opposta a quella dove sono diretto.
Dopo qualche centinaio di metri, lenti e sudati, finalmente salgo sul bus giusto, lanciando lo zaino sul tetto ed aggrappandomi in corsa alla portiera. É infatti usanza locale urlare la destinazione del bus ai passanti che si materializzano all’orizzonte affacciandosi dalla portiera aperta, senza fermarsi mai dalla partenza fino al capolinea. É inoltre usanza locale ammassare fino a 8 tra uomini, donne, vecchi, bambini e animali nello spazio di una fila pensata per 3 persone adulte (e un eventuale bambino su quel che si potrebbe definire l’idea di un piccolo seggiolino supplementare).
Tutti i passeggeri si stupiscono di vedere un bianco su un bus del genere, in quella zona del paese, felice di poter stare in piedi, con un terzo del corpo al di fuori della portiera, semi-abbracciato al bigliettaio e ad un suo aiutante (il cui compito principale é lanciare dalla finestra i rifiuti abbandonati sul mezzo). Nessuno, tuttavia, fa una piega quando lo stesso bianco, decisamente il piú ingombrante dei passeggeri, viene fatto sedere in fondo, su una delle sopracitate idee di seggiolino, tenendo praticamente in braccio una vecchia maya ed un bimbo piangente.
La frontiera di Anguiatú é una strada lunga un paio di centinaia di metri da percorrere a piedi, lungo la quale sono sparse bancarelle di ogni genere, gli uffici dell'immigrazione e camionisti in siesta, in attesa di ricevere l'autorizzazione ad attraversare il confine. Di qui passano infatti quasi tutte le merci dirette dal canale di Panama al resto dell'America centro-settentrionale, droghe comprese. Come un marziano su Venere, sfilo lungo una serie di sguardi stupefatti, curiosi ma accigliati, che in genere si trasformano in sorrisi al mio saluto in spagnolo. Nessuno cambia i miei euro e per le restanti 4 ore di viaggio dovró farmi bastare 5US$ (moneta corrente anche in El Salvador: é un primo indizio per la comprensione di questo paese…).
L’attesa obbligata per l’ultimo bus della giornata diretto a Tecuman mi permette di assaggiare la yuca fritta e di conoscere i primi salvadoregni. Ai miei complimenti per la bontá del cibo, il marito della cuoca risponde aggiungendo al sorriso una sottolineatura interessante quanto inaspettata: “El Salvador é anche un paese pacifico”. Nel corso dei giorni, mi renderó conto che l’esigenza di pace, e l’esigenza di comunicarla, in un paese uscito dalla guerra da soli 15 anni, é una prioritá assoluta.
mercoledì 11 marzo 2009
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